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Berlusconi, Alfano e il futuro della destra

Agli inizi del 2017 Silvio Berlusconi, da ormai oltre vent’anni leader pressoché indiscusso della coalizione di centrodestra un tempo nota come “Popolo della Libertà”, ha ribadito la sua leadership tracciando al contempo le nuove linee guida per il futuro. I sondaggi in quel momento infatti davano i partiti di destra in netta ripresa su quelli di sinistra, in particolar modo sul Partito Democratico che ormai si stava sfaldando, complici le correnti interne contrarie al primato di Matteo Renzi.

Berlusconi dunque era convinto che alle successive elezioni politiche Forza Italia e i partiti di destra che lo avrebbero seguito avrebbero avuto ottime occasioni per ottenere la maggioranza, a patto ovviamente di presentare un programma convincente e soprattutto di unirsi in modo coeso attorno ai suoi rappresentanti. Ma questa era una questione spinosa, in quanto molti erano rimasti insoddisfatti dall’annuncio di Berlusconi quando aveva detto che alle successive elezioni non avrebbe fatto ricandidare alcuni dei nomi storici del partito. Per questo l’ex Cavaliere si è recato a Roma per colloquiare con i capigruppo della destra in Camera e Senato, vale a dire Renato Brunetta e Paolo Romano. Con loro ha tenuto un meeting a Palazzo Grazioli in cui ha affrontato diversi argomenti, tra cui anche quello delle nomine per le candidature alle elezioni politiche. Ha smentito di voler “fare fuori” qualcuno, ma ha confermato che qualche esclusione ci sarebbe stata in virtù di una nuova linea programmatica che il leader di FI ha detto di voler seguire e che ha chiamato “L’albero della libertà”. Secondo Berlusconi il modo migliore per convincere definitivamente l’elettorato che solo i partiti di centro destra avrebbero potuto dare un nuovo corso al paese era quello di parlare con chiarezza. Per questo aveva deciso di fissare dieci tematiche ben precise, dieci punti programmatici che ha definito i “rami” del grande albero della libertà. Tra questi punti vi era anche la ferma intenzione di coinvolgere maggiormente la base nelle decisioni politiche, in particolar modo manager, professionisti, persone che fanno parte della società civile e che era sua intenzione candidare al posto dei puri rappresentati politici. Un modo dunque di far sentire una maggiore vicinanza con la gente comune, anche alla luce del binomio “più sicurezza, meno tasse” che per Berlusconi avrebbe dovuto essere il leit motiv della prossima campagna elettorale. Ma il centrodestra si presentava tutt’altro che coeso in quel momento. A tirarsi fuori dal coro era soprattutto Angelino Alfano, Ministro degli Interni, che da poco aveva sciolto il suo partito, il Nuovo Centro Destra (NCD). Con questo, ha detto Alfano, non voleva chiudere un’esperienza ma solo dimostrare come il centrodestra così come si andava delineando in quel momento non era corrispondente alla sua idea di Destra. In particolar modo Alfano si riferiva alle frange estremiste rappresentate dalla Lega Nord di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Secondo Alfano una coalizione che includesse anche questi due partiti, con le loro derive tutt’altro che rassicuranti, avrebbe significato negare lo spirito con il quale il centrodestra era stato concepito negli ultimi anni. Soprattutto Alfano faceva riferimento ai rapporti con l’Europa, che secondo lui dovevano essere coltivati in un clima di apertura e collaborazione e non negati. Per questo Alfano chiedeva con decisione a Berlusconi di pronunciarsi in merito ai suoi alleati, per dare una definizione più netta alla formazione con cui la coalizione di centrodestra si sarebbe presentata alle elezioni politiche, previste da Berlusconi per la primavera del 2018.