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L’intervento di Fini alla Festa della Libertà di Milano del 2009

Tra il 24 e il 27 settembre 2009 a Milano si svolse la seconda Festa della Libertà. A quell’epoca il Polo della Libertà PDL, con a capo Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, si trovava al governo e sembrava che l’Italia stesse timidamente uscendo alla crisi economica. La crisi economica fu infatti al centro del dibattito che, nel penultimo giorno della manifestazione, vide coinvolto l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini.

Insieme a lui sul palco c’erano Giulio Tremonti, ministro all’Economia e alle Finanze, Enrico Letta in quanto rappresentante del partito di opposizione, Partito Democratico PD, Raffaele Bonanni, segretario nazionale della CISL, e Alberto Bombassei, rappresentante di Confindustria. L’intervento di Fini non è stato troppo esplicito, nel senso che non si è voluto sbilanciare dando un giudizio sul comportamento di governo ed opposizione in materia di crisi economica. Fini si è limitato ad osservare come, ammesso e non concesso che davvero la crisi fosse passata, fosse necessario mettere in atto delle azioni capaci di dare un concreto stimolo alla ripresa. Secondo lui il modo migliore per dare una scossa vitale al Paese doveva passare necessariamente attraverso una riforma delle istituzioni, diventate ormai troppo farraginose ed obsolete e capaci solo di accentuare le divisioni nazionali, specie quelle tra Nord e Sud. La parte più discussa del suo intervento, quella che ha suscitato reazioni sia tra i suoi correlatori che tra il pubblico, è stata relativa al problema dell’immigrazione. Per quanto ancora non drammatico come ai giorni nostri, già in quegli anni si stava facendo sentire la necessità di creare leggi e norme ben precise che regolassero la possibilità di dare diritto di cittadinanza a chi, pur provenendo da una nazione estera, soggiornasse a lungo in Italia .Fini ha detto che secondo lui si poteva a buon diritto considerare italiano non solo chi nel nostro Paese fosse nato e cresciuto da famiglia italiana, ma anche chi dimostrasse di amare l’Italia. Quindi, secondo il suo parere era possibile abbassare il tempo necessario di permanenza per chiedere la cittadinanza (da dieci a cinque anni), previa verifica della conoscenza delle leggi e della lingua del nostro Paese. La possibile soluzione ventilata da Fini è stata però poi criticata in seconda battuta da Tremonti, il quale ha sottolineato come per effettuare cambiamenti del genere sia necessario attendere i tempi opportuni, pena la perdita dell’identità nazionale. In seguito, il ministro ha a sua volta affrontato il tema della crisi. Anche secondo lui l’Italia poteva dirsi ormai fuori, grazie soprattutto all’apporto del comparto manifatturiero, ma ha ricordato come invece il divario tra il settentrione e il meridione del Paese in termini occupazionali si stesse aggravando. Letta, nel suo intervento, ha ricordato l’importanza delle piccole e medie imprese, e della necessità di mettere in atto misure capaci di garantirne la sopravvivenza, e ha speso una parola in favore delle donne, che secondo lui non erano adeguatamente aiutate dallo Stato nel loro difficile compito di mogli, madri e lavoratrici. Bonanni dal canto suo ha voluto ricordare i grandi progressi italiani compiuti nel settore dell’innovazione tecnologica, avanzando anche una proposta piuttosto provocatoria in materia di mondo del lavoro, suggerendo la possibilità secondo la quale i dipendenti potrebbero diventare azionisti dell’azienda per cui lavorano. Per finire, Bombassei ha ricordato le cifre dei posti di lavoro guadagnati e di quelli persi negli ultimi anni in Italia, facendo notare come il bilancio fosse comunque positivo.